perché conoscere gente di cultura è una prerogativa di noi uomini intellettuali (parte III)

10 novembre 2014
«Scripta manent, minca in culu arrettara» 
cit. Bile


Non chiedete eventuali traduzioni. Il livello è talmente elevato che son sicuro possiate arrivarci senza tantissimi problemi.

Qui altra incredibile gente.

fortuna che Gianni Brera poi si è ricreduto

21 ottobre 2014
La grigia ombra del Palazzo di Giustizia svettava imponente e angosciante di fronte a me, mentre camminavo in direzione di via Cugia. Lo strano sole di giugno, che non riscalda ma comunque fa piacere, e soprattutto tramonta tardi, veniva nascosto dai palazzi di piazza Repubblica. Le fontane spruzzavano acqua verso l'alto, per farla poi ricadere e via a ripetere questo ciclo pressoché infinito. 
Una leggera brezza sferzava l'aria arrivando da via Deledda, tagliando in due quello scorcio di Cagliari che si divide tra gli oscuri uffici del grigio palazzo targato "IVSTITIA" e i negozi buoni, quelli che la maggior parte delle persone guardano da fuori quando vanno a fare le vasche tra via Manno e via Garibaldi, con quella deviazione verso via Alghero che un po' fa sognare e un po' fa deprimere.
In mezzo a tutto ciò, a ridosso di una fontana, un uomo anziano, sulla settantina, alto, brizzolato, e nonostante l'età ben piazzato, era alle prese con un piumino smanicato. Distinto e ben vestito, indossava degli occhiali da vista tendenti al blu, e un dolcevita scuro, così come la giacca. Il piumino lo aveva in mano, e lo girava e rigirava, non trovando la giusta posizione in cui infilare le braccia per ripararsi da quel fastidioso maestrale.
Dall'alto del parcheggio, sopra le fontane, lo guardavo.
Volevo andare lì, un po' mi faceva tenerezza vederlo armeggiare e non riuscire a coprirsi da quel gelido vento di questa matta estate appena passata. Avrei tanto voluto avvicinarmi a lui, tendergli la mano e dire «Signor Riva, serve aiuto?».
E poi, mentre prendevo coraggio - perché per andare a rapportarsi in questo modo ad una leggenda di questo calibro, ci vuole coraggio - lui, all'improvviso, proprio come era solito fare 40 anni fa all'Amsicora, ha fatto un gol all'incrocio, infilandosi tranquillamente lo smanicato e proseguendo così la sua camminata.
Certo, non un gesto atletico come una rovesciata o un gol in tuffo contro la Germania dell'Est, ma a suo modo un piccola vittoria per uno che di vittorie, forse, non è mai sazio.

ci mancava solamente il fumo negli occhi

14 ottobre 2014
Seduto, sudato, rintronato e forse un po' affaticato, stava immerso nel buio, illuminato solo dallo schermo del PC. Fissava la lineetta nera che lampeggiava su quel foglio bianco in cui sperava veder comparire magicamente delle parole.
«Prima avevo una vita sicuramente più attiva», continuava a ripetersi sottovoce, rimproverandosi per l'apatia e i pochi stimoli che scandivano lentamente le sue giornate.
Cercava spunti, voleva scrivere, voleva sentire il rumore dei tasti battere incessantemente e senza sosta, mentre nel frattempo quella grande distesa di bianco si sarebbe riempita con minuscoli scarabocchi neri, andando a comporre qualcosa che finalmente - dopo tanto tempo, ammettiamolo - l'avrebbe finalmente reso felice. 
Felice di aver passato ore davanti allo schermo a rovinarsi la vista sperando di riuscire in questa impresa; felice di rileggere, tutto d'un fiato, e dire "Sì, doveva essere così"; felice di alzarsi dalla sedia, una volta finito, andare verso la teca, aprire il Jack Daniel's e versarne giusto qualche centilitro in un bicchiere, sorseggiarlo, apprezzarlo e poi richiuderlo.
Eppure tutto ciò non avvenne. Rimase lì, immobile, impassibile. 
Seduto, sudato, rintronato, sicuramente affaticato e ora ancora più deluso rispetto a cinque minuti fa, prima che iniziasse il suo turbinio di pensieri. 
Ma non tutto era perduto, perché, comunque sia, nello stereo stava ancora andando Miles Davis, e il mondo era ancora un bel posto. Almeno finché non si sarebbe nuovamente seduto a fissare quella maledetta distesa bianca.

parlare di calcio e cambiare caratteri come se non ci fosse un domani

24 marzo 2014
Non tutti forse ricorderanno, ma un po' di tempo fa mi dilettai nella descrizione di una piccola azione di una delle mie partite settimanali di calcio a sette. Cercando di riproporre il più fedelmente possibile i dettagli di gioco, i movimenti delle squadre e i concitati attimi di un'azione di calcio, mi abbandonai in quello che per me fu poco più di un piccolo esercizio stilistico. 
E non è affatto ciò che voglio fare oggi.
Oggi voglio parlare sempre di calcio, sempre delle mie partite settimanali a calcio a sette, che tanta gioia mi hanno dato e continueranno a darmi, e sempre di una qualsiasi azione durante l'ora di gioco. Ma entrare ancor più nel dettaglio.
Dopo la partita, infatti, è mia abitudine cenare e guardare l'unico programma della televisione italiana degno di essere visto. Mentre il bicchiere di vino, bevuto a stomaco vuoto nell'attesa che la bistecca finisse di cucinare, faceva effetto, mi ritrovavo a pensare alla partita appena terminata. In particolar modo analizzavo un'azione:

Son sulla fascia destra.
Prendo palla, nessuno davanti a me, alzo la testa e:

Non so cosa ho pensato. Ho visto movimenti, veloci, persone che scattavano, persone che si strattonavano per liberare la marcatura, e alla fine ho lanciato. Ho fatto correre in aria il pallone, l'ho fatto andare da una parte all'altra del campo, nella speranza che qualcuno potesse recuperarlo. Ma non era un lancio alla disperata, come quello degli assedi in area, era calcolato, ragionato, pensato. 

Ma nessuno l'ha preso.

La pubblicità va avanti. Prima di Gazebo ne danno sempre tantissima, perché sanno che è un programma seguito da molti e per cui vale la pena attendere. E così ho continuato a pensare:

Sempre sulla destra.
Passo palla a Roberto, veloce e scattante come pochi, che subito me la restituisce.
Siamo in svantaggio di tre gol, e la partita è ancora lunga. Davanti non abbiamo attaccanti competenti, e io sono un povero terzino destinato a rari e tristi momenti di gloria.
Con il pallone tra i piedi il mondo è cambiato:

Non so esattamente cosa passi in quei momenti nella testa di una persona, però in una frazione di secondo il mio cervello è riuscito ad elaborare tutte le possibili soluzioni: ho visto Roberto rimanere indietro per coprire la zona da me lasciata libera; Riccardo scattare sulla sinistra e invocare il pallone, ma erano in due su di lui; Simone stare a destra, quasi sulla bandiera dell'angolo, quindi impossibile raggiungerlo; e così, in questa frazione di secondo, mentre pensavo a tutte le possibili soluzioni, l'unica cosa concreta che mi è venuta in mente è stata calciare.

Ho preso in pieno un avversario, buttando via il mio tentativo. 
Mi è volata la scarpa destra che ha colpito sulla schiena Massimo, e ci siamo messi a ridere. La mia attività cerebrale durante la partita è così allora tornata normale, e io ho ripreso il mio ruolo di terzino. 
In televisione invece ecco comparire il disegno su sfondo giallo di Makkox, segnale che Gazebo sta per cominciare, e io continuavo a pensare alla velocità di esecuzione del cervello umano, a come sia capace di azionare i muscoli, vedere impercettibili movimenti dei compagni e anticipare il risultato dell'azione. E soprattutto mi balenava in mente un pensiero: ma se un giocatore di serie A riesce a fare questo e tanto, tanto altro, perché sono stupidi e totalmente deficienti? 
La domanda è rimasta senza risposta, visto che il programma stava realmente iniziando, e la carne sul fuoco stava bruciando.

celebri alcolisti anonimi

13 marzo 2014
Era ormai diverse settimane che frequentava quel locale. Stava in una via centrale, nuova apertura, nuova gestione, stessa gente, stessi problemi. 
A lui questo non importava minimamente. 
Aveva adottato una tecnica che gli permetteva di passare inosservato agli occhi delle persone.  Camminava dritto tra la folla, senza incrociare lo sguardo di nessuno, lanciava un rapido saluto al barista e si infilava come un furetto nell'angolo più oscuro dell'intero locale.
Nei week-end il bar si riempiva all'inverosimile. Persone dall'hinterland arrivavano a popolare il nuovo bancone in legno lucente sul quale venivano servite bionde alla spina; e non mancavano di certo i cittadini puri, quelli che riconosci da lontano grazie al taglio di capelli, al particolare modello di felpa e soprattutto a quell'inconfondibile e comica risata. 
Durante settimana la situazione era nettamente diversa: le stesse persone occupavano i soliti tavoli. Disposti quasi come una scacchiera tutti parlavano con i compagni di bevuta, ma nel mentre studiavano i comportamenti, gli sguardi e i movimenti di chi sedeva nel tavolo sulla propria diagonale, come pedoni pronti a mangiare il pezzo avversario. 
Lui aveva imparato a conoscere a memoria quegli sguardi, quelle occhiate, quelle posizioni. E anche lui infine, in quelle due settimane di assidue frequentazioni, entrò a far parte della scacchiera umana.
Luigi, l'alto e di nero vestito barista, vedendolo seduto si avvicinò e con un sorriso disse «Una zero.quaranta rossa, giusto?» Per rispondere, come ogni volta, bastò un sorriso e un impercettibile movimento del capo. 
Durante l'attesa dell'ambrato nettare i suoi occhi rotearono a cercare nuove presenze nel locale, ma come ogni volta rimase profondamente deluso: notò la ragazza immagine, quella che tutti almeno una volta hanno sognato di tenere tra le braccia, con le sue forme appena accennate e concesse solo al vecchio bavoso che le ha promesso fama e notorietà; riconobbe quella che un tempo era una bassa e grassa ragazza fattasi ormai donna, accerchiata da una serie di desiderosi signori; ma soprattutto vide lei. 
Stava sempre al solito posto, di fronte a lui. Sedeva sola, quasi snobbata da tutti quanti. Non cercava e non voleva attenzione, stava in disparte, con la birra tra le mani, seduta che fissava il vuoto. Non era magra e slanciata come la ragazza immagine, anzi, aveva l'aria di una paffuta ragazza dalle forme accentuate e morbide, soavi e gentili, floreali e aggraziate; aveva i capelli e gli occhi neri, così come il vestito, che lasciava intravvedere ciò che era in grado di scatenare i sogni di lui, che con occhio languido la ammirava e la bramava, e poco si curava del fatto che gli altri lo potessero notare. 
Quando Luigi arrivò con la birra fu distolto per un momento da quella celestiale visione.
Lanciò cinque euro sul tavolo e guardò il bicchiere. Poi nuovamente guardò lei. Controllò attorno a sé le altre pedine della scacchiera; tutti avevano altri obiettivi, lui era stato lasciato solo. Poteva contrarsi sulla sua Regina.
Sollevò il bicchiere verso di lei in segno di rispetto e saluto, ed ecco che la birra va giù: scende veloce, scorre per l'esofago e va a cadere fredda e gelata dentro lo stomaco. 
Lui improvvisamente si sente meglio, sorride. E sa che, nonostante lei sia solamente una grande foto plastifica su un muro, nessuno gliela porterà via.
Ed ecco che la birra nuovamente va giù.

bello sarà uscire...

10 marzo 2014

Una volta che ci si laurea il tempo libero cresce in maniera esponenziale. Soprattutto se la routine è passata da "svegliarsi, aprire i libri, studiare, scrivere la tesi, forse dormire", a "....".
Quindi di tutta questa libertà che mi trovo tra le mani, onestamente, non so che farmene. Cercare un lavoro è deprimente, così come continuare a girare sui siti di annunci, o iscriversi a fantomatici portali che promettono di farti avere colloqui mirabolanti.
E in mezzo a questo marasma ho trovato forse qualcosa di realmente bello e concreto da fare: leggere tutti i libri che non ho letto in questi mesi di studio matto e disperatissimo sulle sudate carte. Infatti, sul mio ipotetico comodino, risiedono almeno una decina di libri che devo recuperare il prima possibile, ecco allora che nei prossimi mesi mi calerò a capo fitto tra le righe di Gibson, Silone, Evangelisti, Rabelais, Smith, Kerouac, Blake, Atzeni, Sterling, Deledda (proviamo a rivalutarla, ma sarà difficile). 
Se mai quindi riuscirò a portare a termine la lettura di tutti questi libri in un tempo accettabile sarò soddisfatto; altrimenti continuerò a deprimermi perché non riesco a concludere nulla di nulla, e con la laurea mi ci pulisco il culo. 


Farvi vedere quanto ero bello il giorno della mia laurea, penso sia un atto dovuto.
Anche perché non sarò mai più in vita mia così elegante.

informazione di servizio

20 febbraio 2014
Per tutti quanti, dalle 12.30 di ieri, 19 febbraio 2014, sono il Dottor Pesa. Grazie.

umanamente uomo: il fischio e la bicicletta

6 febbraio 2014
Se non siete mai stati a Cagliari, o non avete dimestichezza con la città, forse alcune parti di questo post non vi diranno nulla. Se invece volete entrare nel dettaglio, potete sempre usare Google Maps e allora forse capirete qualcosina in più.
Partiamo da una premessa: Cagliari non è una città fatta per le biciclette; infatti è una di quelle città ripide che sembra quasi arrampicarsi su se stessa. Pensate che Lawrence, al quale rubo la descrizione perché io sono una capra ignorante, parlò di Cagliari come di una "città nuda che si alza ripida, ripida, dorata, accatastata nuda verso il cielo [...]. La città si ammucchia verso l'alto, quasi in miniatura, e mi fa pensare a Gerusalemme".
È inutile che ogni tanto i ciclisti si mettano a monopolizzare il centro rivendicando il loro diritto di poter usare le due ruote in città; fare un giretto tra la via Roma e la via Dante è un'operazione semplice, alla portata di un bambino; vorrei invece vedervi arrivare dal porto alla Prefettura e poterlo poi raccontare ai vostri amici.
Quindi, se mai dovesse capitarvi di vedere qualcuno che armato di due ruote a pedali cercare di arrivare in piazza Yenne, oppure avventurarsi per la salita di viale Buoncammino, la cosa vi sembrerà assai curiosa. 
Ed è giusto ciò che mi è capitato un paio di giorni fa. 
Mentre salivo per la via Sassari, cercando di non rompermi ulteriormente la caviglia destra in quel fatiscente marciapiede, sentivo un'incessante musichetta fischiettata. Essendo una via piena zeppa di ristoranti a destra e a manca, pensavo che qualche locale si fosse dotato di un impianto stereo anche sulla strada; ma, essendo le 9 del mattino, pareva inverosimile trovare un ristorante aperto a quell'ora. Così, guardandomi attorno, importunato e scocciato dal rumore più fastidioso che possa mai essere prodotto da un essere umano - il fischio appunto - noto che ci son solamente passanti che pensano agli affari loro, infreddoliti dal pungente ed umido maestrale, e un signore poco più avanti a me, quasi all'incrocio con via Mameli, su una bicicletta. Già, una bicicletta in via Sassari con destinazione Corso.
Quando però il ciclista si ferma davanti ad un ristorante situato poco sopra l'incrocio prima citato, inspiegabilmente aperto a quell'ora del mattino, magicamente ecco terminare il potente fischio. 
Continuo a camminare. 
Lo raggiungo e lui ancora parla. 
Una volta finita la chiacchierata continua a piedi la passeggiata con accanto la bicicletta. Incrocia una ragazza e con accento inglese le fa «Filu e ferru? Pardule?».
La ragazza, disorientata, inizialmente fa per rispondere, poi, focalizzate le due parole procede senza rivolgere uno sguardo al ciclista. Io nel frattempo ormai son praticamente accanto a lui e vedendomi si volta, mi guarda, e dice:
«Pochi Joke, schersi, qui da voi, vero!?»
«Beh, dipende dalla giornata» rispondo con un sorriso.
E così, arrivato al Corso Vittorio Emanuele, sale sulla sua bici e con un potente fischio riparte felice, allegro, spensierato. Io, realizzato dalla scoperta della fonte sonora, e tremendamente in ritardo, proseguo la mia camminata verso le scalette di via Portoscalas, imboccando poi la via per viale Fra Ignazio. Quando ecco che in lontananza ancora si ode il fischio. Lungo via Portscalas, che ad un certo punto corre giù verso il Corso, ecco che vedo zigzagare il ciclista incurante dei passanti che straniti lo guardano. 
E lui fischia. Fischia forte. Chissà a che pensa, chissà dove sta andando. 
Però lui fischia quella melodia che, accompagnata alla sua spensieratezza, mi ha dato il sorriso, ed è riuscita a darmi anche il buongiorno. E allora non son riuscito a togliermi dalla mente per tutto il giorno quel suono stridulo ma corposo, forte e intenso, e proprio in quel momento, per la prima volta in vita, un fischiettare non mi ha dato poi così tanto fastidio.

rileggere i post scritti la domenica notte fa sempre bene

27 gennaio 2014
Sono circa le 02.30 di una domenica che, passata lenta e noiosa, lascia dietro di sé gli strascichi di due bicchieri di Bulldog dolce e ambrata. Dopo essermi svegliato all'una e mezza di questo pomeriggio, la voglia di andare a dormire in questo momento è assai poca, e l'unico svago al quale riesco a pensare è stare su internet.
Potrei stare comodamente a letto, coccolato dal calore delle coperte e dal rumore sensuale delle pagine di un libro - ho ancora in arretrato "S'Accabbadora", uno dei più grandi insulti letterari che possano essere mai stati fatti alla Sardegna - e invece preferisco continuare a girare su Twitter e Facebook, alla ricerca di non so cosa. 
Ascolto la ventola del PC, guardo le ombre che l'abat joure del mio letto proietta davanti a me, vedendo la mia folta chioma riccia ciondolare avanti e indietro, inebriata e ancora desiderosa del dolce nettare scozzese. Quando, all'improvviso, ecco l'illuminazione: «Io avevo un blog. Io ho un blog. Ed era pure un blog al quale tenevo, che mi piaceva curare, a cui mi piaceva dare attenzione, e che mi inorgogliva veder riempito delle mie cazzate».
E così, voltando a destra lo sguardo su quella cinquantina di pagine rilegate con una copertina grigia, sulla quale recita imperiosa la scritta "Università degli studi di Cagliari, tesi di laurea di Pesa", ricordo la promessa che feci a me stesso, la promessa che feci a questo blog.

I'm back.

Drink!