back to the future

8 aprile 2013
Tutti quanti ci guardiamo allo specchio, non sarà certo la prima cosa che facciamo al mattino, ma sicuramente sta sul podio. Controlliamo il nostro volto, perlustriamo il nostro fisico, ammiriamo i segni del tempo che scalfiscono questo ammasso di carne e muscoli promesso al decadimento e alla distruzione. 
Tempo fa, come i più attenti ricorderanno, dopo una notte di bagordi per le strade paesane tornai a casa in totale stato cadaverico e, vedendo la mia immagine riflessa nello specchio (e poi nell'acqua in fondo al cesso, nda) riconobbi le fattezze di quel grand'uomo che porta il nome di Carmelo Bene. Grande gioia e grande giubilo per il giovane Pesa!
Però, non guardarsi allo specchio e riuscire comunque a vedere la propria immagine, è qualcosa di sconvolgente, ti apre un mondo nuovo davanti agli occhi. Vedi tutto in maniera diversa, quasi migliore. È stato questo il turbinio di emozioni che mi ha pervaso quando un paio di settimane fa salii sul pullman. 
Era da un po' che non viaggiavo sui mezzi pubblici, vuoi perché avevo i soldi per mantenere una macchina - e quindi godevo di questo lusso nei 17 km dal paesello alla metropoli (?) - vuoi perché io, a Cagliari, sui mezzi pubblici non viaggio. Il perché, prima di fare gli schizzinosi e bollarmi come assassino dell'ambiente e della mobilità sostenibile, è espresso qui.
Dicevo, stavo su un pullman. La mia testa era pesante, tormentata dall'incombenza di un periodo di esami terrificante più un tirocinio che tiene occupata buona parte della mia giornata. Battevo il piede a ritmo di musica e osservavo la gente che lentamente prendeva posto in quel vecchio ammasso di lamiere su ruote. Finché il mio sguardo si posò su un giovinetto seduto in disparte. 
Capelli gonfi ricci, in stile primo Battiato, paffutello, con lo sguardo perso nel vuoto e l'incertezza di chi a quindici anni ancora non sa che fare della vita. Aveva addosso un paio di jeans tenuti male, una maglietta di un chissà quale nuovo gruppo Metal, e gli auricolare nelle orecchie.
Era identico al mio io di dieci anni fa. 
Guardavo lui ed era come se fossi stato catapultato indietro nel tempo, tanto da rivedermi in pullman: con la testa ciondoloni per il sonno, con uno sguardo spaesato, seccato dal dover viaggiare su pullman post guerra. Leggevo nei suoi occhi gli stessi dubbi che permeavano il mio animo; le stesse ansie per l'interrogazione di greco che mi portavo in quello zaino e in quel maledetto (ma tanto amato) Lorenzo Rocci, centinaia di pagine ingiallite e mal stampate; sentivo il battito del suo cuore nel guardare la ragazza più bella sul pullman, corteggiata da tanti, ammirata da molti, e messa poi incinta a 19 anni da uno di 38.
Mi ha quasi fatto tenerezza, tanto da pensare di alzarmi dal mio posto, cederglielo, e poi con una pacca sulla spalla e tono da anziano genitore dire «Tranquillo, è solo questione di tempo, guarda che razza di figo son diventato io. E se ci son riuscito io, anche tu non avrai problemi».
Fortuna poi mi è venuto in mente che io non sono mica figo, anzi, avrei solamente aumentato le frustrazioni adolescenziali di quel ragazzetto. Così son rimasto seduto al mio posto a battere il tempo con il piede e fare un piccolo headbanging, cercando di mascherarlo come l'incedere stentato di quel maledetto pullman.


Drink!