nella tristezza, nel dolore, un piccolo gesto d'amore

20 novembre 2013
Manco da tantissimo tempo sul mio e sui vostri blog. 
Mi pesa questa assenza. Mi pesa perché ero tanto affezionato a voi e alle pagine che nel corso di questi tre anni ho scritto, purtroppo però in questo periodo ci son cose più importanti, e a breve, prometto (sempre se la cosa può interessare a qualcuno), ritornerò. 
Queste righe che leggerete ora le ho scritte tempo addietro, prima di perdermi in quella marea di pagine di libri e caratteri di tesi, prima di ieri 19 novembre, quando la natura si è voluta riprendere gli spazi che l'uomo ingiustamente le ha tolto per avidità, voglia di soldi e brama di cemento. 
Queste righe non sono tanto, io le reputo un po' una sorta di dichiarazione d'amore nei confronti della mia Terra, soprattutto oggi, dopo che il dolore e la rabbia per due giorni passati a contare dispersi, feriti e, soprattutto, morti si è trasformata in pensiero e tentativo di cercare una motivazione a tutto ciò. Invano, ahimè.
Tanti si saranno dimenticati di me, molti non leggeranno, altri ancora probabilmente hanno abbandonato i propri blog, ma io comunque sia mi sento in dovere di condividere queste poche parole. 
A breve, spero, tornerò sul mio e sui vostri blog, a presto. 

La musica vi ha mai commosso?
Vi ha mai stretto il cuore e fatto venire quel gran magone alla gola?
E se alla musica aggiungente qualcos'altro che renda il tutto più vivo e raggiungibile anche ai vostri occhi? Come le immagini...

Per l'arrivo delle vacanze pasquali è tornato in terra natia Tore. Brava persona, lui, volenteroso, animo nobile; votato all'altruismo e aiuto del prossimo. Certo, anche lui ha i suoi difetti - una voce di sottofondo mi suggerisce "sentirsi incredibilmente figo, quando invece..." - ma non puoi non volergli bene. 
Lo conosco dalla scuola materna. Una volta presi le sue mani e facendolo roteare lo scagliai contro una cucina giocattolo della grande aula; maestre e altri bambini, ricordo, mi guardarono come fossi una sorta di Satana sceso in terra.
Sta a Brescia ora, è riuscito a coronare il suo sogno: aiutare gli altri. Sta in polizia. 
Ho un poliziotto come amico, io stesso me ne vergogno un po'. 
Ma è Tore, non puoi non volergli bene. 
E così, tra una pizza e un paio di birre una sera di queste ci confidò «Guardate, ho tanti colleghi che vengono da tutti Italia, e nessuno quanto me sente il bisogno di tornare ogni tanto a casa. Calpestare la propria terra, sentire gli odori. A me mancava il sole, mi mancava l'odore di casa, mi mancava il maestrale! Scendendo dall'aereo ho goduto a sentire quel cazzo di vento prendermi al collo».
E ho riflettuto. 
Ho pensato, mentre nella gola scendeva ambrato nettare degli dei, che prima o poi anche io dovrò fuggire da qui se la situazione non accenna a migliorare. Se voglio abbandonare il tetto dei miei genitori dovrò andarmene da questa terra, abbandonare tutto questo. 
Poi ieri notte, non so perché, sono andato su Google Immagini e ho semplicemente scritto "Sardegna", mentre in sottofondo partiva questa canzone (se volete, può essere una buona colonna sonora per il resto del post).
Scorrevo tra miriadi di immagini, tra sognanti spiagge bianche e mari celesti quasi trasparenti; ammiravo le foto all'interno dei boschi nascosti e sconosciuti dell'Ogliastra, dove puoi camminare senza vedere il sole per mezz'ora; ricordavo l'altezza imponente delle alture della costa est dell'Isola; pensava al sudore e al sangue delle miniere del Sulcis; ai banditi della Gallura che, da gran signori, si facevano rispettare con le armi solo se necessario; guardavo Castelsardo arrampicarsi sul mare, con il ricordo della fatica di un Pesa decenne che si lamentava per salire sul castello; mi chiedevo come fosse possibile il miracolo del Campidano: chilometri e chilometri di pianura senza neanche una montagna, una collina, un promontorio; dubbioso cercavo di toccare le curve de S'Arcuentu, pensando a quanto il vento possa essere forte qui da noi, quanto sia meravigliosamente decorato; avrei voluto volare sopra le Cattedrali di granito dei monti Lattias; la grandezza di Tavolara mi faceva sentire imponente al solo pensiero di così grande maestosità; Alghero e il suo essere così catalana, così non sarda, mi riempiva di un orgoglio mai provato; le Tombe dei giganti facevano ridere pensando poi che al loro interno c'era dei piccoletti e teneri sardi; le piante piegate al volere del vento di nord-ovest mi facevano pensare alla natura un po' testarda ma comunque sottomessa di noi Sardi: soggiogati secoli dopo secoli, ma comunque fermi qui, impassibili, immobili sulle nostre idee; impallidivo come le alte mura cagliaritane nel vedere immortalato il roseo vola dei fenicotteri sullo sfondo dello stagno di Molentargius
E mentre immagini e musica andavano, il cuore si strinse, lo stomaco emise un piccolo rantolo, la gola cominciò a bruciare e una lacrima scese sulla mia guancia.

l'amor che move il sole e l'altre stelle

6 agosto 2013
Un paio di giorni fa son stato invitato a prendere parte ad una conversazione collettiva su Facebook. Nino (il cui vero nome è Emanuele) compie gli anni questo fine settimana, e come da tradizione, visto che viviamo in una magnifica isola in cui il caldo malefico e l'umido opprimente la fanno da padrone, decide di festeggiare il suo compleanno la notte a cavallo tra il 10 e 11 agosto sulla spiaggia. Quindi via ai preparativi, si aprano le danze.
Come ben tutti sappiamo - e se non lo sapete ora vi state facendo una grande cultura - il 10 agosto ricorre la festività di San Lorenzo, allora tutti quanti con il naso all'insù per cercare qualche meraviglioso astro che percorre a svariate migliaia di km orari il cosmo ed esprimere un desiderio. E voi, comuni mortali che magari godrete di quella notte dalle vostre afose città illuminate, immaginate cosa posso vedere io da una spiaggia immersa nel sud-ovest di quell'isola che uno sconosciuto cantautore italiano suggerirebbe al buon Dio di regalarci come Paradiso.
A dir la verità non mi è mai capitato di godere della notte di San Lorenzo da una spiaggia; solitamente da bambino stavo affacciato alla finestra di casa di mia nonna, immaginando piogge di meteore che cadevano per la gioia degli infanti. E puntualmente non riuscivo a vedere neanche una misera scia. 
Però una volta, circa 3 anni fa se non sbaglio, mi è capitato di godere del cielo non contaminato dalla luce che noi bestie a due zampe produciamo in quantità spropositata. Avevo appena passato una sera sulla sommità di uno scoglio alto 18 metri, cercando le forze per lanciarmi nell'azzurro mare sottostante, fallendo miseramente. La notte, insieme ad altri baldi giovani, decidemmo di far provviste di alcolici, panini e rimanere a banchettare (rigorosamente senza tenda "perché altrimenti la Forestale ci multa") nella pineta a ridosso della scogliera. 
La nottata andò avanti a lungo tra canti, giochi, bagni al chiaro di luna totalmente spogli come vermi, bevute, ripetute occasioni di cadere giù dal sopracitato scoglio, finché non sopraggiunse il sonno. Forse irrequieto per il caldo, o disturbato dalla musica delle lontane discoteche portata dal vento, non riuscii a prendere subito sonno: giravo e giravo nel sacco a pelo ma non trovavo pace. Decisi allora di andare a fare una passeggiata con gli auricolari nelle orecchie, e sedermi sugli scogli noncurante del pericolo.
Contemplando il mare vedevo la luna riflettersi su uno specchio d'acqua che pareva disegnato con i colori ad olio tanto era la bonaccia, e tra una canzone e l'altra, un pensiero, e uno sguardo buttato al cielo mi addormentai sugli scogli. 
Ad un certo punto l'acuto, stridulo e divino suono della gaida macedone di Crêuza de mä si impossessò delle mie orecchie destandomi dal sonno. Dopo un momento iniziale di stordimento, aprendo gli occhi, probabilmente, ho provato ciò che provò Dante nel XXXIII Canto del Paradiso. 
La luna, ormai tramontata, aveva lasciato spazio ad un cielo terso di stelle, una moltitudine incredibile di puntini luminosi che risplendevano alti sopra di me, facendomi sentire allo stesso tempo piccolo, misero, insignificante ma comunque immensamente felice di poter godere di uno spettacolo simile. Provai qualcosa che è quasi impossibile spiegare a parole, difficilmente si riesce a spiegare una sensazione simile. Ricordo solo che Fabrizio continuò a cantare e a portarmi a spasso per la mulattiera, mentre il mio cuore saliva su per la gola e tutto era semplicemente perfetto.

aborti calorosi

19 giugno 2013
Era esattamente come la ricordavo: fastidiosa, umida, appiccicosa. Ha tardato ad arrivare, è vero, ma ora si sta facendo sentire con gli interessi questa maledetta, l'estate. 
E io stanotte la guardo inerme dal letto. 
Sento questa brezza meravigliosa, che porta con se il rumore delle onde e del decollo degli ultimi aeri della notte, rimanere bloccata sulla finestra spalancata della mia camera; non vuole entrare, mi odia. 
Proprio come mi odia la stagione che mi ha dato i natali, l'estate. Nel profondo sa che io non tollero il caldo, il sudore, la sabbia che si infila dentro il costume al mare, la salsedine mista all'umido che ti rimane sulla pelle e tira, tira da morire. 
Questa stagione subdola e meschina ci ha dato la sensazione non dover venire più, di dover rimanere nascosta dietro quell'abbozzo di primavera che fino al 31 maggio mi ha costretto ad uscire con il giubbotto di pelle, in puro stile Renz... e no scusate, Fonzie. In puro stile Fonzie.
E ora è arrivata, all'una di notte ancora mi tiene sveglio, ancora non mi fa dormire, un po' mi da le forze e il tempo per scrivere, pensare, riflettere, programmare. Perché la mente mica è fatta come l'estate, che rimane ferma in stand-by e poi arriva così, da un momento all'altro per fregarti. Quella, la mente, rimane sempre attiva, sempre in giro: accumula pensieri, nozioni, consigli, sistemi, idee, e poi pian piano fa uscire tutto quanto, quando ha il tempo. 
Altre volte invece lascia tutto lì, fermo, proprio come la brezza di maestrale e mare che vorrebbe entrare dalla mia finestra, ma qualcosa, inspiegabilmente, la tiene fuori. 

back to the future

8 aprile 2013
Tutti quanti ci guardiamo allo specchio, non sarà certo la prima cosa che facciamo al mattino, ma sicuramente sta sul podio. Controlliamo il nostro volto, perlustriamo il nostro fisico, ammiriamo i segni del tempo che scalfiscono questo ammasso di carne e muscoli promesso al decadimento e alla distruzione. 
Tempo fa, come i più attenti ricorderanno, dopo una notte di bagordi per le strade paesane tornai a casa in totale stato cadaverico e, vedendo la mia immagine riflessa nello specchio (e poi nell'acqua in fondo al cesso, nda) riconobbi le fattezze di quel grand'uomo che porta il nome di Carmelo Bene. Grande gioia e grande giubilo per il giovane Pesa!
Però, non guardarsi allo specchio e riuscire comunque a vedere la propria immagine, è qualcosa di sconvolgente, ti apre un mondo nuovo davanti agli occhi. Vedi tutto in maniera diversa, quasi migliore. È stato questo il turbinio di emozioni che mi ha pervaso quando un paio di settimane fa salii sul pullman. 
Era da un po' che non viaggiavo sui mezzi pubblici, vuoi perché avevo i soldi per mantenere una macchina - e quindi godevo di questo lusso nei 17 km dal paesello alla metropoli (?) - vuoi perché io, a Cagliari, sui mezzi pubblici non viaggio. Il perché, prima di fare gli schizzinosi e bollarmi come assassino dell'ambiente e della mobilità sostenibile, è espresso qui.
Dicevo, stavo su un pullman. La mia testa era pesante, tormentata dall'incombenza di un periodo di esami terrificante più un tirocinio che tiene occupata buona parte della mia giornata. Battevo il piede a ritmo di musica e osservavo la gente che lentamente prendeva posto in quel vecchio ammasso di lamiere su ruote. Finché il mio sguardo si posò su un giovinetto seduto in disparte. 
Capelli gonfi ricci, in stile primo Battiato, paffutello, con lo sguardo perso nel vuoto e l'incertezza di chi a quindici anni ancora non sa che fare della vita. Aveva addosso un paio di jeans tenuti male, una maglietta di un chissà quale nuovo gruppo Metal, e gli auricolare nelle orecchie.
Era identico al mio io di dieci anni fa. 
Guardavo lui ed era come se fossi stato catapultato indietro nel tempo, tanto da rivedermi in pullman: con la testa ciondoloni per il sonno, con uno sguardo spaesato, seccato dal dover viaggiare su pullman post guerra. Leggevo nei suoi occhi gli stessi dubbi che permeavano il mio animo; le stesse ansie per l'interrogazione di greco che mi portavo in quello zaino e in quel maledetto (ma tanto amato) Lorenzo Rocci, centinaia di pagine ingiallite e mal stampate; sentivo il battito del suo cuore nel guardare la ragazza più bella sul pullman, corteggiata da tanti, ammirata da molti, e messa poi incinta a 19 anni da uno di 38.
Mi ha quasi fatto tenerezza, tanto da pensare di alzarmi dal mio posto, cederglielo, e poi con una pacca sulla spalla e tono da anziano genitore dire «Tranquillo, è solo questione di tempo, guarda che razza di figo son diventato io. E se ci son riuscito io, anche tu non avrai problemi».
Fortuna poi mi è venuto in mente che io non sono mica figo, anzi, avrei solamente aumentato le frustrazioni adolescenziali di quel ragazzetto. Così son rimasto seduto al mio posto a battere il tempo con il piede e fare un piccolo headbanging, cercando di mascherarlo come l'incedere stentato di quel maledetto pullman.


rilasciato dall'anonima sequestri

19 marzo 2013
Mese di lavoro, mese di studio e soprattutto mese di assenza dal blog. 
Come fatto notare dalla brava e gentile Aria, ieri ho toccato il punto più basso - o più alto, a seconda delle proprie inclinazioni filosofiche - della mia assenza da queste povere e derelitte pagine. Non che mancassero gli argomenti, per carità, anzi, c'era fin troppo da scrivere, tante cose da dire, molte cose da analizzare, tante opinioni da condividere, sentenze da sparare. Eppure ho preferito vivere in totale apatia tutto ciò che è gravitato attorno all'elezione del nuovo Papa, alle (mai così catastrofiche) elezioni politiche e via dicendo.
Chi invece non è stato zitto, e penso mai lo sarà, è il popolo della rete. 
Già, la rete, quella grande trovata democratica che ci porterà tutti quanti verso assolate spiagge, un futuro migliore e la risoluzione di tutti i problemi che il nostro paese ha incontrato in questi 20 anni di sciagurata mal politica.
Ma non parlo di voi blogger, alcuni ho imparato a conoscerli bene, e le riflessioni fatte, anche se non sempre condivise, son pur sempre state buttate giù con molto raziocinio.
Raziocinio che è ciò che manca ai commentatori di uno dei più famosi, rinomati e letti quotidiani (on-line e cartacei) del nostro paese: Repubblica (giornale che peggiora alla velocità della luce in fatto di imparzialità e senso di informazione). Se si trattasse di gente che esprime opinioni costruttive, pensieri interessanti, considerazioni con un minimo di fondamento logico sarebbero anche leggibili.
Invece no!
Mai sia!
Ci troviamo di fronte a commenti del tipo:


"Papa Francesco, primo discorso a San Pietro"

"Ah, e a me cosa interessa? Ma non vi vergognate!? Anziché parlare di B. e di quello che sta combinando andate a parlare di questo assassino del popolo argentino!" 

Immaginate ora altri 560 commenti di questo tipo. Ovviamente per il popolo medio italiano - che alla fine rappresenta il commentatore tipo di una qualsiasi testata giornalistica - prendere un libro su radio e televisione, e cercare la definizione di "evento mediale" sarebbe troppo. 
Ecco quindi che sono tornato e subito mi lamento. Non so quanto possa essere piacevole, o quanto possa farvi contenti; però è così. A questo punto spero che qualcuno di voi mi insulti come i lettori fanno con Repubblica, così, tanto per mettere un po' di pepe in questo povero e smorto blog. 

sono solo un po' megalomane

19 febbraio 2013
Flash. 
Quando il portavoce dell'Ufficio Stampa di Pesa si affacciò all'ingesso dell'ospedale Civile la scena era irreale. Numerosi fotografi, giornalisti, televisioni stava lì, attendendo notizie del blogger che ormai mancava dagli schermi da quasi un mese. 
La politica e le imminenti elezioni, le dimissioni improvvise del Papa, l'arresto di Cellino, tutto passò in secondo piano, quando si sparse la voce che il giovane blogger attraversava un difficile momento tanto da essere ricoverato nella vecchia struttura ospedaliera della città.
Flash.
«Scusi, ma son vere le notizie che riguardano Pesa!? Cosa potete dirci?»
«Sì, confermiamo che Pesa si trova attualmente in ospedale, non possiamo dire in che reparto, per motivi di privacy, ma possiamo tranquillizzare i suoi lettori che sta bene.» 
«Qualche informazioni in più sul perché sia finito in ospedale?»
«Secondo quanto raccontato dallo stesso Pesa, che in questi giorni ha ripreso a parlare in maniera scorrevole, pare che stesse finendo di appuntare alcune cose su un quaderno, quando improvvisamente la grande pila di libri sulla sua scrivania sia crollata travolgendolo, e lasciandolo in uno stato di semi incoscienza per diversi giorni, prima di esser stato ritrovato dai parenti mentre pronunciava frasi sconnesse su una Macchina di Turing Universale.» 
«Quindi si esclude la cessazione dell'attività di blogger da parte di Pesa?»
«Assolutamente sì, anzi, promette a Voi, membri della stampa, e ai suoi più accaniti lettori che tornerà presto con costanza, e con la sua solita verve, a scrivere avvincenti storie e inutili pensieri.»
«Ma quindi il blog "Con umiltà e ignoranza su tutto" continuerà ad essere un blog assolutamente stupido e inutile? L'avvenimento non ha assolutamente spronato l'autore a scrivere qualcosa di vagamente interessante?»
«Lo escluderei in maniera categorica: quest'esperienza ha temprato tantissimo Pesa, tanto da portarlo a pensare che non c'è mai limite all'idiozia, e si debba fare di più. Molto di più.»
«Per chi voterà Pesa? Se lo sta chiedendo tutta Italia.» 
«No comment. Vi ringrazio ma ora devo lasciarvi. Presto riceverete nuovi aggiornamenti.»
Flash.
I giorni passarono, le notti divennero sempre più fredde in quel di Cagliari. La città faceva la spola tra Buoncammino, dove il presidente Cellino scontava le notti di carcere, e l'ospedale Civile, dove il blogger vive la sua convalescenza.
Flash.
Gli scandali calcistici non fanno più notizia, non occupano la prima pagina, o almeno non oggi: Pesa esce dall'ospedale. 
Ancora ritroviamo la stampa riunita, numerosi fan e tanti curiosi che stanno dentro e fuori il grande colonnato dell'ospedale. Quando ecco una figura incappucciata, scortata da body guard e dal responsabile dell'Ufficio Stampa, che guadagna a grandi passi l'uscita. Tutti corrono attorno a quell'omino, arrivano strattoni, spinte, fotografie, urla di gioia, e tante domande. Ma ben presto tutti si accorgono che non è lui.
Flash.
Nel frattempo, una macchina nera con i vetri oscurati abbandona l'uscita laterale da cui entrano le ambulanze, e si arrampica su per le strade della città, salendo verso Buoncammino, facendosi largo tra i capperi che salgono su fin sopra la sommità della bianca città. 

Ne sentirete parlare nuovamente, molto presto.

top five #2

28 gennaio 2013
TOP FIVE DELLE FRASI PIÙ USATE DA PESA A PARIGI


5) Ho Freddo!


4) Pretendo, voglio far l'angelo di neve.


3) Mi fanno male i piedi!


2) MINCHIA! (Se non capisci leggi qui)


E in prima posizione troviamo.....


1) Cazzo me ne frega a me della neve e delle pozzanghere? Ho le scarpe in Gore-tex! 
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Appena recupero un po' di forze troverò il coraggio per scrivere un post vero su ciò che ho visto a Parigi (anche se non so quanto possa interessarvi la cosa), e soprattutto sull'immenso conflitto italo-francese che si è andato a creare nel tempo. 
Ma la morale della favola, sappiate, è che li odiamo solo perché son migliori di noi.

Altre incredibili Top Five le trovate qui.

il peggior sommelier del mondo

14 gennaio 2013
Ho partecipato a tante feste in vita mia: feste improvvisate all'ultimo minuto, feste in maschera, feste in spiaggia, feste in Sala, feste a Buoncammino, feste in montagna. 
E, in ognuna di queste feste, vi era una costante: vino dentro una bottiglia d'acqua. 
Si andava a prenderlo in cantina per risparmiare. Gli studenti universitari son troppo poveri per potersi permettere un vino in bottiglia proveniente da un'enoteca seria. Noi, poveri pezzenti, andiamo a prendere 2L di vino a 1,5€ alla Marina, poi ci ubriachiamo. 
E sempre a queste feste ho conosciuto un'infinità di persone. Dai grandi chitarristi scazzati, che per sentirli suonare bisognava mettersi in ginocchio, ai simpaticoni; dagli eterni ubriachi, agli sballoni incalliti in perenne ricerca di erba. E non sempre riuscivo a inquadrare queste persone. Se tu alla festa a prima vista mi sembravi un idiota, un inetto che non va preso in considerazione, magari il giorno dopo potevi diventare un mio grandissimo amico, e viceversa. 
Su una cosa però non ho mai sbagliato: il vino. Quel vino è sempre stato, e sempre sarà, un vino di pessima qualità. Utile solamente a rincarare la dose di alcol dentro il tuo corpo a causa della birra (molto meno cara e più popolare). Ma se volete usarlo per accompagnare un pasto, quel vino non prendetelo in considerazione; al massimo potrebbe tornare utile per cucinare, ma anche lì ho i miei forti dubbi. 
Poi da poco a casa mia ho visto una bottiglia di Levissima con all'interno il violaceo liquido. Considerando che i miei genitori non sono studenti universitari, ma neanche grossi proprietari terrieri da potersi permettere 1.000€ a bottiglia, mi son trovato un po' spiazzato. Ho pensato che magari quella bottiglia me l'ero portata a casa accidentalmente da qualche festa, o forse mia sorella, e allora, per non destar l'ira di padre e madre, ho lasciato soprassedere l'evento. 
Finché a pranzo ecco far capitolino a tavola l'incriminata bottiglia.
Dev'essere loro per forza, penso, e così anche io mi verso nel bicchiere il nettare degli Dei; e tra un boccone e l'altro, mando giù qualche sorso per rinfrescare la gola. 
Meraviglia, incanto del palato, un vino che mi aspettavo fosse lo scarto di chissà quale botte si rivela una delizia, una splendida sorpresa insomma. Al che, con ancora lo stupore impresso negli occhi, e soprattutto tra le papille gustative, domandai a mio padre.
«Ma questo vino? Buono! Da dove viene?»
«Me l'ha dato Emilio, le sue vigne sono alcune di quelle che usa Argiolas per fare il Turriga».
E così, beato e felice, ho continuato a banchettare con vino da minimo 70€ dentro una bottiglia di acqua Levissima per giorni e giorni, finché quei 60L presi da mio padre non son terminati. 
E mi son sentito un po' come quando il giorno dopo una festa incontro il chitarrista, il simpaticone, l'eterno ubriaco o lo sballone, e su di loro cambio prontamente idea.

solamente una piccola considerazione (XV) autoreferenziale

8 gennaio 2013
Non posso assentarmi neanche un momento da queste povere e derelitte pagine. 
Avete visto che è successo? Due settimane che non scrivo e subito il mondo pensa che i blog siano ormai in pieno declino. Non pensavo di essere così importante. 
Quindi, visto che ci siamo...
Sono tornato. 
Non sono mai andato via, a dir la verità. Son sempre rimasto nell'ombra a meditare, cogitare, ragionare su cosa fosse meglio scrivere. Forse perché ho imparato, o meglio, son arrivato alla conclusione, che buttare quattro lettere su uno schermo (per quanto delle volte possano esser scritte bene - modestia) sia una cosa abbastanza importante; bisogna scrivere qualcosa di concreto, che colpisca chi legge e soprattutto colpisca chi scrive.
Penso sia, alla fin dei conti, proprio questo il problema, ciò che scrivevo non riusciva a toccarmi nel profondo. Tante pagine scritte e cancellate, tante bozze lasciate ad ammuffire nella speranza di una rilettura o di una correzione che non arriverà mai, perché lo sanno loro, lo so io: quelle bozze non hanno proprio nulla da dire.
O forse, molto semplicemente, dopo un periodo di feste passate all'ingrasso e all'ubriacatura, una lesione al menisco, un capodanno salvato il 30 dicembre alle 23.30, un'ignobile partita di calcio, e un imminente viaggio a Parigi, devo riprendere a studiare seriamente.
Ai posteri l'ardua sentenza, per ora, almeno voi, accontentatevi, perché io proprio non ci riesco.

Drink!