malcolm, gandhi, luther king

18 ottobre 2012
Migliaia di prigionieri immobili 
costretti sulle macchine ai semafori 
quando non c'è traffico per le vie del centro 
solitario me ne vò per la città.
(Temporary Road - Franco Battiato)

E così ho fatto l'altra notte: solitario ho camminato, o per meglio dire pedalato, per la città. La gioia e la fatica si son mischiate insieme quando dalle pendici del paese son arrivato fin su in cima, nei quartieri residenziali dove grandi e imponenti case dominano il meraviglioso panorama che si perde tra le saline e il mare. E ancor di più la gioia si è amplificata quando attraversavo la strada totalmente sgombra per tornare a casa, e le ruote della bicicletta "friggevano" sull'asfalto bagnato dalla pioggia pomeridiana. 
Era notte, e il vento sfruttando le larghe vie a sua disposizione riusciva a colpirmi da ogni angolo; le mani, scoperte e strette attorno alla fredda gomma del manubrio, erano congelate e quasi perdevano di sensibilità; la faccia invece sembrava quasi presa a schiaffi da quelle folate di vento e gelo che andava ad urtare lanciata a tutta velocità per le ripide discese paesane, così da poter tentare di raggiungere casa mia senza neanche una pedalata. E nonostante tutte queste peripezie e l'arrivo a casa in precarie condizioni fisiche, io stavo bene, stavo veramente tanto bene: finalmente posso godere del mio fresco, della mia pioggia, della possibilità di pedalare andando a tempo con la musica e giungere alla meta senza grondare di sudore per l'insopportabile caldo. 
Devo dir la verità? Un po' mi son sentito come il buon Vecchio Alex, sì, quello del libro di Brizzi. Non sarà stato un gran libro da un punto di vista stilistico, eppure è stato una svolta per me, e penso anche per la mia generazione. Lo lessi all'età di 11 anni nel lontano 1999, e ricordo ancora oggi tutto ciò che mi passò nella mente, mentre con gli occhi scorrevo su quelle righe che insieme descrivevano libertà, amore, musica, amici, scuola. 
Quindi, dicevo, l'altra notte mi son sentito come il Vecchio Alex, diretto verso casa come un Girardengo appena più basso e rock, sulla strada larga di bell'asfalto nero, che pedalava fluido, Alex, e si sentiva l'umore a mille.

accendete un cero a Pesa

11 ottobre 2012
Non so se il mio sia un dono di natura, una maledizione o una sorta di sesto senso; al momento son sicuro solo di una cosa: delle volte mi spavento da solo.
Come già ampiamente dimostrato su queste pagine, quando un essere umano deve studiare riesce sempre e comunque a trovare dei motivi di distrazione. 
Oggi lo studio riguardava il Cinema, e la distrazione, oltre a "pimpare" il mio basso, è stata guardare nuovamente fuori dalla finestra. Questa volta però, visto il caldo che continua a tormentare Cagliari, non c'era nessun vetro a ostacolare la visuale, non vi era nessuna zanzariera a far filtro tra me e il mondo circostante: guardavo e miravo.
Ammiravo i colori del cielo, ma non i classici colori che tutti quanti - me compreso - descrivono al tramonto o all'alba, io guardavo i colori delle 14.30, quel bell'azzurro che solamente il firmamento è in grado di offrici. Stavo lì con il naso un po' all'insù e un po' sul libro e notavo che i contorni delle montagne, delle soffici nuvole, degli uccelli in volo assumevano una delineatura perfetta ai miei occhi. Non erano forme sgranate come al solito, quando stanno lì, ferme e immobili, distanti da me; riuscivo a vedere perfettamente, come se i miei 10/10 si fossero raddoppiati e i colori brillassero di luce propria.
Ed è qui che è iniziata la paura. 
Già perché altre volte mi è successo di vivere situazioni di questo tipo, e il giorno dopo, puntualmente, ecco arrivare una catastrofe. 
Anno 2008. Camminavo per le vie del paese pronto per farmi svuotare il portafogli dalla piscina comunale, quando, guardando il cielo, assisto ad un autentico spettacolo: le nuvole danzavano, e stavano a disegnare e colorare il cielo con pennelli invisibile, e io potevo vederle alla perfezione, avevo la sensazione quasi di star sopra di esse o esser talmente vicino da poter dipingere il cielo insieme a loro. La mia vista sembrava potenziata, quasi moltiplicata, così come le mie percezioni; riuscivo a sentire che quelle nuvole non volevano più star lassù, da sole, isolate dalla verde terra di Dio; sentivo che volevano scendere già tra noi per colorare anche questo mondo. E così fecero
Anno 2009. Andare a Cagliari rientra nella mia routine da ormai 25 anni, all'epoca da 23. Il viaggio, le strade, le buche sull'asfalto, il mare che invade la carreggiata quando tira vento, son tutti eventi all'ordine del giorno per me. Ma quel pomeriggio tutto risplendeva di un colore particolare. Riuscivo a vedere chiaramente Torre delle Stelle, e il faro di Sant'Elia era come se fosse a due passi da me, per non parlare di Punta Serpeddì e dei suoi ripetitori che sembravano al fin della via. E il giorno dopo finì in ospedale per motivi tanto stupidi quanto imbecilli che non sto qui a raccontare.
E arriviamo a oggi. Oggi, vedendo il cielo in quelle condizioni, ammirando quei colori e quelle sfumature impercettibili nella mia quotidianità, ho sentito un brivido scorre lungo la schiena, pensando a cosa potrebbe succedermi domani, a quale disgrazia cadrà su di me, ma la peggio cosa che mi viene in mente è non passare lo scritto di Cinema. 

p.s. Voi, cari lettori, leggerete questo post proprio mentre io starò rispondendo alle domande del mio esame, quindi, se la cosa non vi secca, incrociate le dita e mandate un augurio a questa povera anima. Grazie.

Drink!