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29 marzo 2012
Sì, ci stavo riflettendo da un po', ed effettivamente mi son convinto del fatto che sia proprio così: che lo si voglia ammettere o no, noi blogger (mi sento importantissimo definendomi un blogger) viviamo costantemente il gioco virtuale del "chi piscia più lontano" o se volete, per rendere meglio l'idea, "ce l'ho più lungo". Nulla di volgare, sono una brava persona io, mi riferisco ovviamente al numero di ingressi sulle nostre pagine e alle quantità di commenti che riceviamo.
Quando qualcuno apre un blog è inutile negare che lo faccia per ricevere l'apprezzamento o, comunque sia, un parere da parte di altre persone, che siano conoscenti o totali sconosciuti; altrimenti uno potrebbe tranquillamente prendere un'agenda e andare a scrivere le proprie storie su di quella, o in alternativa aprire la pagina web e renderla totalmente privata (e questo è un argomento che sicuramente avrete già letto da altre parti, quindi prima di chiudere e cestinare questo post come "uno dei tanti", aspettate e leggete).

Anche io non sono da meno, lungi da me l'idea di negare che quando vedo la casellina di Gmail illuminarsi non sia felice, forse perché son curioso di conoscere ciò che pensate Voi che mi leggete dagli albori e anche Voi nuovi lettori.  
Non potete immaginare l'orgoglio su Shinystat poi: entrare e vedere che gli ingressi hanno avuto un aumento così vertiginoso da giugno 2010 ad oggi, è stato motivo di gaudium magnum per me, tanto da entrare sempre più spesso nel celeberrimo sito di statistiche per poter studiare e capire meglio le origini del traffico, la permanenza e la posizione geografica all'interno del mio povero blog. 
Questo post, come già preannunciato, non vuole essere assolutamente un attacco a questo sistema di concezione del blog, anzi, io cerco di coadiuvare questo metodo, perché recriminare qualcosa che, nel nostro piccolo, ci da un po' di orgoglio? Voglio quindi suggerire un metodo adottato dal sottoscritto, indiscusso genio del male, per provare a far arrivare la vostra pagina web a più persone possibili. 
Quando magari vi trovate in un megastore dell'elettronica andate nella zona PC, tablet, smartphone e via dicendo, e controllate se qualche macchina ha casualmente la connessione internet attiva. Bene, l'avete trovata? Ora provate a digitare sul browser del computer prescelto il link del vostro blog.
Io l'ho fatto, non so poi se qualcuno dopo aver letto su quel iPad sia tornato a casa e mi abbia cercato su Google, però mi piace pensare che sia potuto accadere; come mi piace immaginare la scena di un signore che in cerca dell'ultima trovata tecnologica abbia sorriso imbattendosi nelle mie pagine, o ancora l'ira di un commesso per un'indegna trovata pubblicitaria.
Ecco, tutto qui, poi una volta finito di leggere questo post potete commentare o no, io di certo non vi obbligo, solo sappiate che facendolo, con all'interno un buon contenuto, mi renderete un po' più felice.

una recensione che non lo è, ma alla fine chi vuole segua il consiglio

26 marzo 2012
Noi tutti, intesi come esseri umani, veniamo fregati in continuazione: dalla politica, dall'economia, dalla religione, e soprattutto da noi stessi. Ad esempio io ora dovrei ripulire e riordinare questa sorta di antro oscuro in cui riposo le mie povere membra, eppure sto qui a scrivere, rimandando, come la buona cicala della favola, ad un futuro tempo remoto il dovere. 
Ma non è questo il punto che mi attanaglia ormai da alcuni giorni. Ciò che mi da cruccio son le aspettative, le illusioni che la nostra mente crea riguardo una persona, un film o una canzone, un evento. 
È da un paio di giorni infatti - più precisamente da che ho visto Drive - che penso a quanto le opinioni delle persone diano vita all'interno della nostra testa a scenari fantastici, in cui ciò che ci accingiamo a vivere risulta essere la meglio cosa che possa esistere, e invece rimaniamo delusi. 
Prendiamo ad esempio un big match di calcio: tutti gli amanti del bello sportivo attendono con ansia le 20.45 di mercoledì 28 marzo, giornata in cui si disputa la gara di andata Milan - Barcellona. Io stesso, divenuto con il tempo l'antitesi del calcio televisivo, non vedo l'ora di poter godere di questa partita osannata dalle televisioni, dai giornali, dai tifosi. Chiunque si aspetta di vedere miriadi di gol, azioni al limite della fisica e parate degne di Superman, con una buona probabilità di rimanere delusi poiché si andrà a giocare una partita serrata in cui ci si studierà in attesa della gara di ritorno. E quindi ci rimaniamo tutti un po' di merda. Ovviamente spero di sbagliarmi. 
Volete un altro esempio? La musica. Ho ormai perso il conto delle volte in cui mi è stato detto «Ascolta questo gruppo, sono spettacolari» e puntualmente, festante e gaudioso ascoltavo qualcosa che non riusciva ad emozionarmi, che non riusciva a trasmettere nulla. Come i tanti che cantano le lodi di "Master of Puppets": quando ero giovinetto infatti, mi fu descritto come l'album che avrebbe cambiato la mia vita. Ahimè non fu così, bello, bellissimo, certo, ma niente di trascendentale quanto "...and Justice for all". 
Per i film poi non vorrei star qui a dire ovvietà, ma pensiamo alle varie ultime nomination dell'Academy. Quelli che dovrebbero essere superfilm, attesi e incensati da tutti, alla fine si rivelano schifezze confezionate come "Il discorso del Re" (esatto, non mi è andata giù la storia di Inception). 
E quindi, alla luce dei miei pensieri dopo aver visto quel film di Nicola Winding Refn tanto acclamato e giudicato da tutti come un capolavoro e un cult, posso affermare che le uniche cose che non mi hanno deluso, dopo esser state a lungo celebrate, sono state il sesso e Drive.

il quizzone - terza puntata

22 marzo 2012
E rieccolo qua, dopo svariate settimane torna il tanto amato "Il quizzone" sulle pagine di "Con umiltà ed ignoranza su tutto". Nato come uno sberleffo nei confronti di chi mi legge da dietro una scrivania di un ufficio mentre io passavo una rilassante vacanza Madrilena, questa rubrica sembra esser ormai diventata appuntamento "semi-fisso" di questo blog.
Questa settimana, dopo la deludente quanto divertente scorsa sessione di gioco, il vostro caro amato Pesa punta sulla sincerità e onestà dei concorrenti/lettori. Proprio così, io credo in Voi, e spero di non sbagliare. 
Ecco quindi il quesito: senza l'aiuto di alcun supporto telematico/televisivo/acustico/visivo (Google e qualsiasi altro motore di ricerca compreso) provate ad indovinare chi scrisse i versi qui sotto riportati. Come sempre potete provare quante volte volete, chi indovina, ovviamente - ma mi sembra giusto continuare a ribadirlo - non vince assolutamente nulla! 


Zitto e fermo, nel fuoco di un risveglio
scavato tra rovine di stressanti nostalgie
strano dentro, io posso ma non voglio
sul bordo di uno scoglio sto aspettandoti marea

Ti aspetto qua, non mancherai,

son solo io e in faccia hai il nome mio
ti aspetto dai, son solo ormai
portami via se il mondo non è a casa mia

non l'ho fatto a tredici anni, quindi lo faccio a venticinque

19 marzo 2012
Il giovane Pesa, quello che oggi è un figo di tutto rispetto, ammirato e desiderato dalle masse, non era un amante sfegatato dei videogiochi come la maggior parte degli adolescenti mondiali. 
Noncurante delle novità videoludiche che si succedevano nel corso degli anni, ho sempre snobbato e guardato dall'altro verso l'alto questi appassionati sfegatati di videogames, giudicandoli, nonostante i miei trascorsi nerdistici estremi, degli sfigati senza via di ritorno.
Quand'ero un giovinetto bello e speranzoso, infatti, preferivo concentrarmi sul PC, spendendo soldi, sangue, fatica e diottrie rispettivamente su banchi di Ram, montaggio di lettori DVD (che comprende anche la fatica) e interminabili ore davanti allo schermo per poter portare il mio piccolo computer a prestazioni fuori dal normale. Con il passare del tempo però anche il PC perse il suo fascino e abbandonai, in un certo senso, la tecnologia nuova e avveniristica, per concentrarmi sulla materialità reale del divertimento e non quella dello schermo (qualcuno ha detto sesso!?). 
Poi, ieri, non so che mi sia preso. Entrando in un ipergigamercato, e vedendo a prezzo "stracciato" la famigerata consolle a marchio Microsoft, qualcosa è scattato in me. Quel brufoloso e goffo giovinetto di tredici anni che ero, è saltato fuori, e puntando dritto al mio stomaco ha sferrato un pugno, costringendo così a chinarmi, prendere la confezione della consolle, alzarmi sullo scaffale e trionfante prendere tra le mani Fifa 2012, per poi dirigermi alla cassa e pagare. 
Nel mentre che il mio Io giovane esultava e sorrideva dentro di me, il mio Io maturo pensava "ma che cazzo sto facendo!?". 
Il commesso passava la carta nel terminale Pos e continuavo a chiedermi "ma che cazzo sto facendo!?".
Mi avvicinavo alla guardia all'ingresso per far levare tutti i congegni malefici che non permettono ai malvagi di rubare e mi domandavo sempre più insistentemente "ma che cazzo sto facendo!?".
Finché non mi accorsi dell'orda di bambini sbavanti alle mie spalle che mi ammiravano, mi innalzavano a loro divinità e tirando le madri per la borsa urlavano, con le lacrime agli occhi «Mamma! Mamma! Guarda lì! Quel signore ha l'Xbox 360! Mamma!». Preso da orgoglio allora finalmente riuscii a trovare una risposta a quelle insistenti domande, e così sotto lo sguardo affascinato e ammiranti dei bambini guadagnavo imperiosamente la macchina, con la dolce metà al mio fianco che nel frattempo pensava «Ecco qua, l'ho perso».

titolo

15 marzo 2012
Dare il nome a un animale, una persona, un oggetto, un qualsiasi cosa animata o no, è una delle prove più complesse e difficili a cui un essere umano sia mai stato posto. Almeno per quanto mi riguarda.
C'è chi, dotato di incredibile attività cerebrale o inventiva fuori dal comune, riesce al primo colpo a trovare quella serie di lettere perfette, tali da poter identificare una persona, un oggetto, un qualsiasi cosa animata o no. Tantissimi infatti danno un nome, non so, alla propria chitarra, così, forse per dimostrare di esserci più attaccati rispetto a chi non lo fa, io invece la chiamo semplicemente "chitarra"; come anche chi da un nome alla propria macchina o bicicletta; chi ancora, preso da incredibile spirito di stupidaggine, perché non è altrimenti definibile, da un nome all'iPhone. Io invece proprio non riesco, è impossibile, penso ad un nome e quello mi suona subito o ridicolo o inadatto, per qualsiasi cosa.
Il problema è sorto la settimana scorsa quando fui caricato della pesante responsabilità di affibbiare un nome ad uno dei micetti neonati della mia dolce metà, tra l'altro il micetto da lei preferito, quel simpatico e meraviglioso ammasso di peli grigi e bianchi, che fanno da contorno a due palline celesti cielo. 
E la mia mente pensava, vagava, correva tra i film, i libri, la musica, la storia, alla ricerca di nomi di gatti famosi, purtroppo però non riuscivo a pensar ad altro che nomi sciatti e banali, troppo poco per una dolce creatura come quel gattino. Quindi, preso da sconforto, come spesso mi capita di fare, ho pensato alla mia vita passata, e a tutte quelle cose a cui ho dato un nome. L'unico ricordo felice è stato per il mio primo cagnolino ufficiale, la tenera, batuffolosa e simpaticissima Ozzy.
Capite ora!? 
Proprio per questo motivo è già stato deciso che la responsabilità della scelta del nome di un mio/a eventuale figlio/a ricadrà sulla madre. Non voglio responsabilità di questo tipo, io.

brutto come la morte ma bravo come gesù cristo #2

12 marzo 2012
Sono uno stronzo.
Può sembrare la solita frase fatta per farmi figo, sembrare un gran personaggio, ma posso garantirvi che non è affatto così. Sono uno stronzo e mi piace. Volete le prove? Andate a chiedere alle povere giovinette desiderose delle mie forti e possenti braccia abbandonate su una qualche piazza cagliaritana, solo perché temporaneamente dimenticatomi della loro esistenza; sfidate la pazienza dei tanti compagni di classe a cui non passavo risposte per il puro gusto di vederli soffrire; ricordate a Marta - la mia cara compagna di classe - le interminabili file che si faceva al banco della merenda nelle ore di ricreazione, solo perché, puntuale come un orologio svizzero, al suonare della campanella le davo 1.50€ ogni giorno per potermi comprare «panino con salame e Pepsi»; ma soprattutto, chiedete a Mauretto. 
Mauretto è stato un mio amico, un mio carissimo amico, nonché batterista del mio precedente gruppo per la bellezza di due anni. Passavamo ogni giorno insieme, provando, facendo scorribande per il paese, vomitando dietro un angolo, ubriacandoci allegramente. Pensate che con me riuscì a dire per la prima volta in vita sua una bestemmia. 
Carattere difficile però quello del giovane batterista, e così, dopo due anni di pacifica e felice convivenza all'interno della Sala o sopra un palco, ecco che inizia a soffrire la vita da rock-star (?). Pareva svogliato, sempre arrabbiato, e, qual'ora io e quell'altro imbecille di Vobi provassimo a farlo parlare e sfogarsi, ricevevamo la classica risposta da batterista «One, two, three, four» e parte la canzone.
Un giorno la catastrofe, compie una malefatta ai danni del gruppo, che non sto qui a raccontare, e decidiamo io e Vobi, di comune accordo, (eravamo un magnifico terzetto) di sostituirlo come batterista, ma mai e poi mai come amico. Comunichiamo all'interessato la nefasta notizia. La reazione fu «Ok, va bene, ciao».
Dal giorno silenzio. 
Il saluto ci fu improvvisamente levato. La cancellazione dai vari social network pressoché istantanea.
Se casualmente lo si incontrava per strada, o lui cambiava strada, oppure prendeva improvvisamente il cellulare e fingeva importantissime telefonate misteriose.
Allora cosa può fare uno stronzo di elevata categoria, come tra l'altro io sono, dopo esser stato ignorato così a lungo e con così tanta fermezza? Beh, si comporta da stronzo. 
Decisi di diventare il suo incubo: una volta camminando per strada lo vidi in macchina, avvicinandomi di prepotenza al finestrino urlai il "ciao!" più forte della mia vita. La sua risposta fu pigiare l'acceleratore e sparire, la mia reazione? Mandargli prontamente un sms con scritto "maleducato".
Un giorno lo vidi al distributore di benzina, io stavo dietro di lui in macchina, dal finestrino retrovisore poteva vedermi chiaramente e così lo salutai, strombazzai, feci gli abbaglianti, ma niente, nessuna risposta. La mia reazione? Mandargli prontamente un sms con scritto "maleducato". 
Queste comiche e pittoresche scenette andarono avanti per un po', fino a un paio di giorni fa, quando, in compagnia di un mio amico contro il quale non ha alcuno screzio, lo incontrai. Non mi degnò di uno sguardo, né, tanto meno, di un saluto. Parlando, sempre con monosillabi e voce tombale, riuscì a comunicare, con enorme sorpresa sia da parte mia che del mio amico, che il giorno dopo sarebbe partito per Vienna per lavoro. Avrebbe così abbandonato tutto quanto per andare nella lontana e fredda Austria, lui che usava il giubbotto anche il 15 di agosto. 
Un po' intristito e pentito per tutte le angherie e i rompimenti di palle a cui lo sottoposi in passato, assistetti alla scena del saluto tra Mauretto (seduto dentro la macchina in moto) e il nostro comune amico. Ma dentro di me sentivo che non potevo non salutarlo, nonostante l'astio e l'odio che lui provava nei miei confronti dovevo augurargli tutte le fortune del mondo, così rimasi un po' davanti alla macchina e lo guardai in faccia pronunciando queste parole: 
«Eh smettila di fare il coglione almeno adesso, lo sai che contro di te non ho nulla» 
«...»
«Va be' se proprio non vuoi, fai buon viaggio Maure'», e mettendo l'indice e il medio della mano destra sulle mie labbra lasciai partire un bacio verso di lui, a sancire il mio augurio in maniera poetica e quasi romantica. La sua risposta fu pigiare sull'acceleratore e sparire, la mia reazione? Avrei potuto mandargli un sms con scritto "maleducato", ma non lo feci, perché sì, son stronzo, ma ho comunque un cuore d'oro
E parte Neil Young.

cose tanto stupide che un po' mi vergogno

8 marzo 2012
Ultimamente bevo come un cammello. 
Ho tanta sete, sete d'acqua.
Che sia mattina, pomeriggio, sera o notte fonda, io bevo. Accadono addirittura fatti che, in 24 e più anni di vita, non si son mai verificati, come ad esempio lo svegliarmi alle 03.00 a.m. e ruzzolare velocemente in cucina a cercar di placcare la siccità all'interno della mia bocca. 
Il punto è che non mi accontento di mandar giù un semplice sorso d'acqua, ho bisogno necessariamente di ingerirne una spropositata quantità, arrivando, in casi estremi, a riempire la mia tazza preferita e bere direttamente da lì. E vi dirò, neanche così risultavo sazio, sentivo che dovevo bere ancora. 
Uno dice «e bevi direttamente attaccandoti alla bottiglia, deficiente!», ma purtroppo a casa mia, da che mia madre ha avuto un improvviso slancio di stile, le bottiglie sembrano sparite e così l'acqua la si versa dentro una brocca in vetro. 
Ho dovuto quindi arrangiarmi come meglio potevo. 
L'altra notte, in preda ad un tipico esempio di sopracitata improvvisa ed estrema mancanza d'acqua ho dovuto studiare, alle 02.48, un modo per poter bere direttamente dalla brocca stilosa senza posare le labbra e contaminare, con i mille e più germi mortali che popolano la mia cavità orale, il contenuto ai miei familiari. 
I risultati son stati più che ottimi: 1,5L d'acqua esauriti senza mai posare la bocca sul tanto prezioso (?) e fascinoso (?) contenitore. Poi però son andato a letto con un terrificante e, ahimè, realistico pensiero. Cogitavo infatti sul fatto che se applicassi un po' di più la mia mente nello studio invece che in queste amenità, sarebbe meglio, molto meglio, ma tant'è... 

il bufalo può scartare di lato e cadere

5 marzo 2012
Oltre ai vari pensatori (Nietzsche, Freud, Socrate), musicisti (il Ludovico Van, Steve Harris, Morricone),  scrittori (Atzeni, Calvino, Evangelisti, Silone), registi/attori/uomini di cinema (Clint, Clint, Clint), e artisti in generale, il sottoscritto prova una sorta di dedizione e ammirazione smisurata nei confronti di una categoria di persone che probabilmente non vi aspettereste mai di leggere tra queste pagine: gli sportivi. 
Però facciamo attenzione: quando parlo di sportivi non mi riferisco a chicchessia, a un Totti, o un qualsiasi insulso giocatore di calcio che si preoccupa di aggiustarsi l'acconciatura, fare la foto con la gnocca di turno, girare l'ultimo tormentone pubblicitario;  quando parlo di sportivi, parlo di quelle persone che riescono a rendere un momento davanti alla televisione, o seduti in uno stadio, campo e via dicendo, impresso a fuoco nella nostra memoria; quando parlo di sportivi, parlo di persone che hanno sacrificato la propria vita, con dedizione e passione, a ciò che più amavano e son riusciti a trasmettere questa magia a migliaia, milioni in alcuni casi, di persone. 
E badate bene, a mio avviso esistono pochissimi sportivi. 
Nella mia personalissima classifica di "miti", se così vogliamo chiamarla, son riusciti ad entrare solamente in tre, pensate un po'. Certo, nomi noti e stranoti nel panorama mondiale, ma che riescono a coinvolgermi come solamente può una scultura di Ciusa, la musica di Mozart o la Comedia di Dante. Per alcuni di voi, probabilmente, sto rasentando la blasfemia accostando i nomi di gente che concentra la propria vita sul fisico e non sui piacere della mente, o sul bene comune, però che ci posso fare, l'arte va apprezzata tutta quanta, compresa quella sportiva. 
Ora starete chiedendovi chi sono questi tre mistici e leggendari campioni che io posiziono nel mio personale Olimpo sportivo, eccovi accontentati: 
- Michael Jordan. C'è bisogno di dare una spiegazione? Colui che ha rivoluzionato il basket, nel gioco e nella visione fuori dal campo. Guardarlo stare in aria, appeso ad un filo invisibile posto sopra il canestro di Chicago, è stata una mia infantile passione, quasi un tormento riuscire a emularlo, tanto da costringere mio padre, contrariamente a quanto fa il 90% dei bambini italiani che preferisce una porta da calcio, a posizionare un canestro nel giardino di casa. 
- Jonah Lomu. IL Rugby. Riusciva a trascinare dietro di sé un'intera squadra di quindici energumeni, affrontandoli a viso aperto, correndo, scartando di lato e, come nella meravigliosa canzone di Francesco De Gregori, purtroppo alla fine, cadere. Ora sta a letto, in fin di vita, lui che riusciva ad avere addosso gli occhi di milioni di persone che aspettavano un suo scatto, una sua corsa furiosa verso la metà ora è lì, in un letto di ospedale, che aspetta un rene nuovo, per vincere la sua partita più importante. 
- Gigi Riva. Perché? Perché son di Cagliari, ecco il perché. 


Stanotte, intorno alle 00:05, è entrato tra i miei miti anche il Fagiano Crononauta. Ma questa è un'altra storia che vi racconterà Davide La Rosa

ma studiate o siete solo appassionati?

1 marzo 2012
Quando a dicembre giunse alle mie orecchie la notizia che la storica libreria Cocco, in piazza Repubblica a Cagliari, chiudeva i battenti, devo dire che un po' ci rimasi male. Come una sorta di istituzione quella libreria era impressa nell'immaginario collettivo di tantissimi lettori della zona che, qual'ora fossero stati disperati nel non trovare un libro universitario, giuridico, narrativo, saggistico che fosse, sapevano a chi rivolgersi. 
Passarono i mesi, e piazza Repubblica, già ingrigita dalla presenza del mastodontico palazzo di giustizia, sembrava quasi piangere la scomparsa di un suo simbolo. 
Un paio di giorni fa, a tarda sera mentre mi dirigevo dal Dal Maso, ecco che noto alcune luci all'interno dell'edificio chiuso ormai da un mese. Ad attirare la mia attenzione furono più che altro i cartelloni appesi in ogni minima fessura, i quali recitavano: Vendita fallimentare, 50% di sconto sul prezzo di copertina. 
Prendete l'orgasmo più forte che avete mai provato. Moltiplicatelo per mille. Neanche allora andrete vicino a ciò che ho provato! Guardando stupefatto la mia dolce metà giurai in quel momento che sarei dovuto entrare nuovamente in quella libreria e letteralmente svaligiarla! 
E così avvenne la settimana scorsa. 
Con il cuore in trepidazione e un sorriso a trentadue denti che neanche Silvietto nostro ha mai mostrato, percorrevo via Deledda pronto a compiere razzie e sperperare i miei pochi averi. Arrivato davanti alla libreria ecco che un gruppetto di cinque persone sta impalato davanti alla porta. Osservo un po', e noto che il cartello dice "apertura dalle 09.00 alle 18.00". 
«Ah, fanno orario continuato, e come mai c'è così tanta gente qui fuori?» Chiedevo con impazienza all'amore mio. Subito una signora - una di quelle ficcanaso sulla sessantina che sanno tutto di tutti e alla fin fine non sanno nulla - mi informò che facevano entrare una sola persona per volta, e che, essendo una vendita fallimentare, all'interno saremo stati "scortati" da zelanti commessi. "Me cojoni" dico io, continuando l'attesa.
Dieci minuti d'attesa... arrivano altri due, ed ecco la signora che spiega la storiellina della vendita fallimentare ecc ecc. 
Mezz'ora d'attesa... ecco far capitolino una gravida signora che «prima di andar in tribunale voglio prendere alcuni libri».
Un'ora di attesa... come se non ne bastasse una, che nel frattempo era riuscita ad entrare, ecco che arriva la "signora ficcanaso so tutto io - Volume II". 
Un'ora e mezzo di attesa... e finalmente riesco a entrare.  
Come se si fossero aperte le porte del paradiso ecco che ai miei occhi si rivela un tesoro che neanche Alì Babà ha mai potuto vedere. Subito inizio a spulciare. Noto che tutti i volumi son stati suddivisi non per genere, non per autore, ma per Casa Editrice. Inizio a guardare un po' di materiale della Ilisso, Mondadori, Feltrinelli, Bompiani e poi mi concentro su Sellerio. 
Se devo dir la verità ho sempre apprezzato le scelte della Casa siciliana, in primis per esser stata la prima a credere nelle potenzialità di colui che reputo uno dei più grandi autori che la Sardegna possa vantare: Sergio Atzeni. 
Comunque, noto con profonda amarezza che ci son giusto un paio di titoli, niente di che, quindi chiedo alla commessa, che nel frattempo continuava a seguirmi come una sorta di soldato SS, alcune delucidazioni:
«Mi scusi, di Sellerio avete solamente questi? O c'è anche altro da qualche altra parte?»
«Allora, abbiamo organizzato tutto per Casa Editrice, quindi può trovare qualcosa di Sellerio sparso in Mondadori, Feltrinelli... Le conviene cercare bene»
Con profondo imbarazzo, visibilissimo sul mio volto, rispondevo «Ehm, ma io, veramente, intendevo della Casa Editrice Sellerio»
«Ah no no, allora solamente questo»
Dopo questa avvilente e triste risposta decisi che era giunto il momento di pagare, e alla fine uscii solo con cinque libri (al prezzo complessivo di 20€).
Fuori la folla, considerevolmente aumentata, continuava a sbraitare e raccontare leggende sui personaggi che riuscirono ad uscire con qualcosa da quel vecchio e ormai triste caseggiato verde in piazza Repubblica. 


Aggiunta dell'ultimo minuto: Ciao Lucio. 

Drink!