sempre caro mi fu quell'ermo colle

17 gennaio 2011
Sconsolato e intristito da quello "sbuffo" che fuoriesce dal mio basso ventre, ieri sera fissavo dalla finestra di camera mia le montagne che sovrastano il mio paese. Le ammiravo, contemplavo la natura selvaggia che alberga all'interno di quelle basse, ma al contempo sinuose, cime e pensavo a quanto effettivamente mi manca la montagna. 
Prima di impigrirmi totalmente ero solito salire su una delle vette più piccole almeno una volta al giorno. A piedi, in bicicletta, con una gamba, poco importava: l'importante era riuscire a dominare il territorio, guardare oltre il mare e oltre il confine, e se poi ad un tratto si riusciva a scorgere la Saras, beh, tornavi indietro alla dura e sporca realtà. Ma oltre a questo senso di superiorità nei confronti del resto del mondo, oltre a questa voglia di avere una grande visione di ciò che mi circonda, sentivo la necessità di muovermi, sentirmi un tutt'uno con la natura e poter immergermi in essa. Sudare era (quasi) piacevole, saltare da una roccia all'altra con il rischio continuo di rompere una delle mie povere e fragili caviglie (ossa di cristallo di un centrocampista dai piedi fini) mi emozionava, le discese ardite e le risalite stordite erano pane per i miei denti. Rimanere li su a contemplare un nulla così tanto pieno era una delle cose più divertenti che potessi fare, sentire il vento sfiorarmi la faccia - e quando faceva caldo, il petto - mi rilassava. 
Forse il momento più bello è stato quando, solo in cima al monte, guardai giù e non vidi nulla tanto la nebbia era fitta. Guardavo accanto a me e le siepi, che poco prima toccavo con mano, sparivano dalla mia vista. Un mondo surreale, in cui solamente una trottola, un alfiere o un dado avrebbero potuto stabilire se mi trovassi in un sogno o meno. 
E ora mi manca. È li a portata di mano e io, che sono troppo pigro e delle volte troppo indaffarato, la ammiro con rispetto e riflessione, ripromettendomi che ogni tanto dovrei nuovamente intraprendere quella piccola ma gratificante salita. Effettivamente però questo post è stato troppo malinconico, troppo serioso vero? Si, rileggendolo ne convengo anche io. Devo scendere un po' più nel volgare e nella becera deficienza che mi contraddistingue. Quindi voglio, e devo, aggiungere una cosa: quelle montagne saranno state parte di me, mi avranno dato tanto da un punto di vista sia fisico che mentale, ma io mi son sdebitato. Una cagata a 250m d'altezza, sopra tutto e tutti, non ha prezzo. 

7 commenti:

MrJamesFord ha detto...

Pesa, davvero non ha prezzo.
Ottimo post.

Mr. Tambourine ha detto...

L'etichetta "totalmente autoreferenziale", poi, è la ciliegina sulla torta.

pesa ha detto...

@MrJamesFord: Così mi commuovo, troppo buono. Il mio prossimo passo sarà cagare a 400m.

@Mr.Tambourine: Direi che l'etichetta "totalmente autoreferenziale" è la parte migliore di questo blog.

Vaniglia ha detto...

Cos'è che ti sbuffa dal basso ventre che non l'ho capito?

pesa ha detto...

@Vaniglia: In sardo ti risponderei "scraxio" (si legge scrascio, più o meno). In italiano "fastidiosa pancetta da birra" (che da birra non è, bensì da cibo).

Vaniglia ha detto...

Ahhhhhh... Capito :-)

pesa ha detto...

Vaniglia maliziosa :D

Posta un commento

Drink!