"e lui si è subito vergognato"

26 luglio 2010
Amo la Sardegna, adoro la mia terra. Condivido appieno ciò che disse il mai dimenticato e indimenticabile Fabrizio de Andrè (vorrei ora linkare una canzone, ma siccome riservare un simile trattamento ad uno solo dei suoi capolavori mi sembra qualcosa di estremamente riduttivo, io, ora, nel pieno delle mie facoltà mentali e dei miei neo 23 anni, vi ordino di ascoltare tutta la discografia di de Andrè. Scattare!):

"La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattromila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso." cit. Fabrizio de Andrè

La cultura sarda, con i suoi secoli di tradizioni, riti, misteri e, ahimè, religione alle spalle (anche se tutto il misticismo che c'è attorno mi affascina), rappresenta per me qualcosa di incredibile. Ogni volta scorre un brivido lungo la schiena quando ammiro abili giocatori di murra; sento le mani tremare al suono delle launeddas in via Roma il primo Maggio, con tutto l'arcobaleno di fiori, colori, e appunto, il misticismo e devozione che c'è attorno alla festa di Sant'Efisio; scorrono quasi le lacrime nel sentir i canti a tenore con sa boche che racconta storie di fatica, di duro lavoro, di amicizia, fratellanza. Insomma per me questo è il sardo inteso come popolo, inteso come persona. O meglio era.
Oggi, nel 2010, chi è il sardo? È uno che ha vergogna di esprimersi nella propria lingua; che si fa riconoscere in Italia grazie a parole caratterizzanti che poi ci si ritorcono contro a mo' di sfottò, un esempio; uno che tenta di nascondere le proprie origini, i propri costumi, i propri sapori, considerando vecchia e antiquata tutta la cultura che abbiamo alle spalle. Insomma oggi il sardo non è degno di esser chiamato tale, non è degno di portare l'etichetta che ebbero e si conquistarono con il sangue nel 1794 i suoi avi, non è meritevole di esser paragonato a quei minatori che morirono nella zona sud-occidentale sarda a metà del novecento, dove si trovarono "chi no connoscia su fei, gettendi lei", "chi non sapeva cosa fosse la rabbia, legiferando", (Tribulia docet) a comandarli, a sfruttarli. Insomma oggi il sardo medio rappresenta tutto quello contro cui si batterono i sardi autentici nei tempi passati. Ma qualcosa è rimasto. Già son rimasti questi idealisti fortemente convinti, che vorrebbero riportare la sardegna all'antico splendore (culturale si intende per carità, una Sardegna con una fiorente economia penso non si sia mai vista), rendendola indipendente, sovrana.
Argomento ostico se devo dir la verità, sarebbe lungo e tortuoso affrontare un certo tipo di discorso, soprattutto all'1.07, quindi cercherò di essere il più conciso possibile. L'indipendentzia per me è qualcosa non ti utopico, come molti di voi potrebbero pensare, è qualcosa di stupido! Io reputo l'indipendenza sarda come qualcosa di estremamente idiota. Infatti vorrei sapere qual'è la materia prima che potrebbe riuscire a mandare avanti questa terra? Quali sono le persone che realmente potrebbero guidarla avanti verso un mai avuto splendore? In lontananza arrivano voci: "le miniere", in un mondo che va avanti a petrolio, e lentamente ci si indirizza verso le energie rinnovabili, l'estrazione di minerale come il carbone che vantaggio potrebbe dare? Che utilità potrebbe avere riaprire miniere morte su se stesse?; "il turismo", a Cagliari, capoluogo e città più "avanzata", la domenica le serrande dei negozi rimangono chiuse, le strutture ci sono e non vengono usate, i ristoranti osservano il riposo durante il ferragosto. In Costa Smeralda un caffè si è arrivati a pagarlo 60€, se questo è un popolo che vuole puntare sul turismo evidentemente io ho una concezione molto distante da questa; "l'allevamento", su questo argomento non vorrei neanche scrivere mezza parola, ho realmente sentito dire che l'allevamento potrebbe risanare in parte l'economia sarda, vorrei dirlo tanto al mio collega di raccolta dei fagiolini, giusto per sapere cosa ne pensa: un ovile e due lavori in nero per poter arrivare a fine mese.
Lo sbaglio dell'indipendentzia, a mio avviso, è il sardo. Tutti i nati dopo il 1950 li avrei spediti lontano da qui, lasciando la sardegna in mano ai veri sardi, a quelli che sanno cosa vuol dire veramente vivere questa terra, saper apprezzare le piccole cose. Perché in effetti in Sardegna si vive di piccole cose, come diceva sempre un mio carissimo amico "in Sardegna c'è di tutto, però è più piccolo", e non ha tutti i torti: una cena con salsiccia, pecorino, pane e vino è quanto di più bello possa esserci. Per concludere, io non mi sento sardo. Io amo la sardegna ma non mi sento sardo. Sono un po' come il tedesco che viene qui in vacanza ogni anno: ammiro e godo di ciò che mi circonda, con la differenza che io spero prima o poi di poter capire veramente cosa vuol dire vivere la Sardegna, per potermi finalmente reputare abitante della Sardigna.

2 commenti:

LA CONIGLIA ha detto...

Petra mi hai folgorato. Che post meraviglioso!
Io in genere racconto le nostre tradizioni, non mi avventuro nel ginepraio dell'annosa questione sarda tranne qualche breve puntata...ma mi farebbe molto piacere discuterne con te, hai detto delle cose meravigliose e che, ahimè, condivido in pieno...

pesa ha detto...

Purtroppo è la condizione che ci hanno costruito attorno. Le "grandi azioni" indipendentiste degli anni '70 sono state la cosa più idiota dell'universo.

Per una discussione sull'argomento son sempre disponibile in qualsiasi momento.

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